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lunedì 17 febbraio 2014

Domenica.

Brioches e caffè con panna per colazione.
 I colori del mondo a Palazzo Ducale, la nostra mattinata.
In famiglia, per il pranzo.
E nel pomeriggio cinema. Abbiamo visto a proposito di Davis: triste - per me - malinconico - per lui - comunque da vedere.


Cena leggera - nei miei programmi - maccheroni con il sugo e le polpette - nei programmi di mia madre - e come puoi rifiutare?!
Poi cazzeggio: doccia lunga e calda, camomilla e vanity fair.
E oggi si ricomincia.. buon lunedì a tutti!




lunedì 20 maggio 2013

vivere il lunedì con la testa già al prossimo week end

E' stato decisamente un week end mangiareccio, oltre che bellissimo, quello appena trascorso.

Sabato sera siamo andati a mangiare a le mura di Malapaga, braceria in zona Porto Antico dove a farla da padrona é sicuramente la carne. Posto ideale per chi, come lui, ama la carne e lo dimostra con una tagliata con lardo e pomodorini pachino, e anche per chi, come me, non la ama particolarmente, ma alla fine si gusta il suo ottimo spiedino con contorno di verdure grigliate - spiedino che, in realtà, non é riuscita a finire perché già sazia di carne, ma non abbastanza di pane con i peperoni -.
Ottima la panissa che abbiamo preso per antipasto, ottimo il bicchiere di vino che ha fatto compagnia allo spiedino, piacevolissima la panna cotta con i frutti rossi, bella l'idea di servire come digestivo gli zuccherini alcolici aromatizzati agli agrumi.

Dopo cena abbiamo provato a sfidare la pioggia e a goderci la Notte dei Musei, ma lei, la pioggia, ha sfoderato la sua tattica di cadere in senso orizzontale rendendo, quasi, inutile l'ombrello. 
Insomma, siamo stati sconfitti.  

Io amo la mia città e ancora di più la amo la domenica mattina, quando la giriamo in modo più rilassato, abbandonando la frenesia della settimana, circondati da gruppi di turisti che invadono le vie principali.
E poi di domenica in Piazza Matteotti - non abbiamo ancora capito con quale frequenza, ma sta di fatto che ieri siamo stati fortunati - ci sono gli stand di prodotti tipici delle varie regioni italiane. Prima tappa: Puglia, con i suoi taralli - ve l'ho già detto che potrei morire mangiando taralli e non solo in senso figurato? - poi, siamo risaliti in Emilia Romagna dove abbiamo comprato, da un gentile standista che ci ha ammaliati con il suo accento e con l'assaggino di parmigiano che ci ha offerto, dei tortelli al radicchio rosso e una bottiglia di Lambrusco. 
Il simpatico emiliano ci aveva consigliato di condire i tortelli con il pomodoro o con un filo d'olio e parmigiano e avremmo fatto così se non avessimo visto lo stand del Piemonte con una varietà di formaggi lì per noi e, così, dopo un assaggino di Toma e uno di Castelmagno, abbiamo capito la fine che avrebbero fatto i tortelli a pranzo: affogati in una leggera fonduta di Castelmagno. Amen.



Prima, però, abbiamo visitato la mostra Geishe e Samurai allestita al Palazzo Ducale fino ad agosto.

E' una raccolta di foto di fine '800 della scuola Yokohama e la particolare tecnica con cui venivano colorate, essendo ancora in bianco e nero, le rende uniche e ancora più realistiche. Le mie preferite sono quelle dei paesaggi o che ritraggono scene della vita quotidiana del Giappone. L'audioguida, inclusa nel biglietto, ti permette di apprezzare ancora di più la mostra e di scoprire alcune curiosità sulla cultura giapponese.
Se decidete di visitare la mostra vi consiglio di fare il biglietto integrato che comprende anche quello per la mostra fotografica di Kubrick, sempre al Palazzo Ducale e sempre fino ad agosto, al prezzo di 14 euro, invece dei 10 euro per ciascuna mostra. E' pur sempre una genovese quella che scrive!




E dopo i tortelli - buonissimi - e dopo il Lambrusco - finito tutto -, pomeriggio dedicato al relax davanti ad un bel film che, non apprezzando particolarmente Brad Pitt come attore, non credevo fosse così bello: il misterioso caso di Benjamin Button.

Ma, ahimé, anche i bei week end finiscono..

Ora capite perché con la testa sono già al prossimo fine settimana?!
E, visti i programmi, anche quello che ci aspetta potrà dirsi mangiareccio: c'é la Mangialonga a Levanto, vi unite?

venerdì 10 maggio 2013

Cose che dovete assolutamente sapere #3

1) Venerdì corto, cinema a 3 euro fino al 16 maggio, decidiamo di veder l'uomo con i pugni di ferro ben consapevoli che avremmo assistito ad una tamarrata non da poco.
Ecco il trailer, per rendervi l'idea.



Storia ambientata nell'antica Cina, battaglie fra bande per accappararsi un bottino d'oro, combattimenti volanti, sangue e violenza tipo teste che saltano con un calcio, occhi che balzano fuori dalla testa, ma scene così surreali da non far impressionare - e se lo dico io - anzi, qualche volta anche sorridere (a parte un paio di scene in cui ho chiuso gli occhi).
Ho apprezzato - e non lo dico in senso ironico - la colonna sonora rap dello stesso regista, RZA, e il doppiaggio con le voci di Pino Insegno per il fabbro, e di Luca Ward per Russell Crowe. 
Tra gli interpreti: Lucy Liu e Russell Crowe.
Mi sono accorta che Lucy Liu é invecchiata non per le rughe - invisibili - ma perché nel film faceva la matrona di un bordello e non la giovane dipendente del locale.
Su Russel Crowe ho un quesito: cosa gli é successo?


 

2) Previsioni per il week end: domani pranzo in famiglia per festeggiare, in anticipo, la mamma e ne approfitterò per godermi un po' i miei nipoti, strapazzarmi il piccolo Fabri e fare i dispetti a Bea, poi nel pomeriggio si parte per un week end toscano fra amici e l'idea di partire, anche se per due giorni, mi piace molto!

3) Vi ricordate il mio momento bio? Passato.
La crema viso che avevo acquistato non é paragonabile al caro e vecchio fluido idratante di Chanel: non idratava la pelle costringendomi a metterla anche più volte al giorno, nel giro di tre mesi l'ho finita contro i sei mesi di Chanel. 
Alla fine del tunnel bio ho incontrato lei 


Non essendo più sufficiente il fluido, sono passata ad una crema. Mi sono bastati due giorni per vedermi la pelle più idrata e distesa alla faccia degli inci verdi e facendo mio il moto chi più spende, meno spende.

4) Se domani la primavera avesse la decenza di spuntare inaugurerei le mie ballerine maculate.

5) Per mercoledì prossimo ho prenotato una guida alla scuola guida.

6) Appena pubblicato questo post mi metto a cazzeggiare alternado tv e libro, si, il venerdì sera io sono pigra, più del solito.

7) Auguro a tutti voi un buon week end!


domenica 16 dicembre 2012

Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore (di Wes Anderson)


Allora, allora, allora.
Attendevo da un po' il nuovo lavoro di Wes e, con sommo gaudio, posso ritenermi soddisfatto di questa romantica e problematica storia d'amore adolescenziale.
Come di consueto evito la trama (i vari MyMovies and co. vi aiuteranno a dovere) ed i commenti tecnicissimi (che non si addicono ad uno sprovveduto ignorante qual è il sottoscritto), arrivando così direttamente alle mie impressioni.
E' vero, sono di parte, tra i conoscenti ho avuto più critiche che lodi alle Avventure acquatiche di Steve Zizzou, più indifferenza che sorrisi a Fantastic Mr. Fox ed assoluta ignoranza sui Tenenbaum. Insomma, un pressoché globale: "ma chi cazzo è Wes Anderson?".
Conoscenze sbagliate e necessità di fare un repulisti, giusto.
Tornando a Moonrise Kingdom, però, beh, che dire, un altro bel colpo del regista statunitense ed un'altra casella occupata nella mia bacheca cinematografica.
Azzeccatissima la scelta degli attori (Edward Norton su tutti ed il piccolo Sam a ridosso) e fantastiche le location che ne hanno fatto da naturale contorno.
Un film che si fa vedere con leggerezza e scorrevolezza. Forse anche qualche sbadiglio ma ciò non necessariamente è un male. 1) i fattori che portano ad aprire la bocca e awwwn! sono i più disparati; 2) la surrealità di certi discorsi è centrale nelle pellicole di Anderson e, quindi, per chi le apprezza possono anche essere messi da conto (o in conto) come normali passaggi strutturali.
Ecco, forse la maniacalità con la quale sono state ricercate tutte, ma dico tutte le inquadrature è l'unica pecca del film. Mi spiego: anche la centralità del personaggio (intesa proprio come posizione e collocamento) in mezzo allo schermo alla lunga penso che possano distrarre. Nella mia mente sono stati molti i momenti nei quali ho pensato "cacchio com'è centrale la scena" facendomi così pensare ad altri momenti del film perdendo così frazioni di ciò che stava accadendo.
Poco male, è solo un piccolo - dietro a quell'8 che, a parer mio, si merita tutto.
P.s.: non so voi ma a me non è mai capitato di assistere ad uno spettacolo in una sala così gremita.


Where's Wally?

lunedì 19 novembre 2012

Argo (di Ben Affleck).


Chi mi conosce lo sa, ormai un po' come il buon Alessandro Borghese fa con la sua "spruzzatina di pepe", immancabile è ormai la mia breve premessuccia (senza mentuccia) al post che andrete ahi-voi a leggere.
Premettendo che Ben Affleck non si è mai affacciato alla finestra dei miei attori preferiti; premettendo che Ben Affleck non si è mai affacciato - seppur con 2, più questo - alla finestra dei miei registi preferiti; premettendo che film che trattano di argomenti su conflitti medio-orientali-occidentali non hanno mai destato il mio interesse (vedasi, per tutti, Syriana con un Clooney che, guarda caso, co-produce proprio questa pellicola); beh, terminate queste premesse devo ammettere che Argo è un gran bel film.
Tratto da una storia vera, e quindi difficilmente spoilerabile, Argo non è altro che il brillante strumento pensato dalla CIA per portare in salvo sei americani fuggiti dalla loro ambasciata in Iran, posta sotto assedio da un bel gruppetto di locali decisamente incazzati.
Eh già, proprio nel lontano 1979 o giù di li, forse prima ancora che sbarcasse nella balearica Ibiza, in Iran regnava "barra" governava un soggetto chiamato pascià.
Questo pascià iraniano, però, era considerato troppo occidentalizzato e filo-americano per il conservatissimo popolo locale il quale, con la benevolenza che lo contraddistingue, ben riteneva opportuno che la sua fine fosse una serenissima impiccagione di piazza.
Gli amerregani, mai che si facciano li cazzi loro, con un gesto di somma umanità hanno così deciso di  salvare il pascià "ospitandolo" nel proprio paese.
Conseguenza: gli iraniani, già incazzati, sono andati su tutte le furie e da popolo notoriamente pacifico hanno ritenuto opportuno dare la caccia ad ogni americano che legittimamente o meno si trovasse nel loro territorio, mettendo nel mirino quale primo obiettivo proprio l'ambasciata.
Il film inizia con questa ricostruzione, seguita poi dalla vera e propria missione di recupero (esfiltrazione) orchestrata da un barbuto Ben che, commenti del pubblico in sala a me più vicino, "ahahah, sembra Walter Nudo!".
Detto ciò, pur trattando un argomento non propriamente leggero ed "accattivante", il film scivola invece via con una semplicità disarmante, agevolato in questo dalla ingegnosa alternanza tra momenti di tensione e sarcasmo allo stato puro (con un John Goodman ed un Alan Arkin veri maestri, eccezion fatta per l'orribile doppiaggio di quest'ultimo).
Insomma, per sapere come finisce il film non è necessario spendere 7 euro per vederlo, senza violare la legge con inutili download (la parte del puritano non mi si addice) è infatti sufficiente una semplice googolata; se però volete vedere uno dei più bei film, a parer mio, in circolazione, beh, allora vi consiglio vivamente di rinunciare a 7 caffè (sempre che anche da voi il caffè sia caro come qui).

domenica 17 giugno 2012

Men in Black III.


Ricordo ancora quando nel lontano non ricordo quando ho comprato la mia amata ed adorata PlayStation 1 ed unitamente ai due controller marci regalavano addirittura un gioco.
- Quale vuoi?
- Men in Black, grazie.
La scelta è stata evidentemente condizionata dalla visione del film che, ricordando, mi è pure decisamente piaciuto (ah, Linda Fiorentino!).
Anni dopo, nel 2002 (questo anno lo ricordo non grazie alla mia memoria ma per un semplice dato di fatto notato, tra il 2° ed il 3° film ho letto da qualche parte che sono passati 10 anni tondi tondi e, quindi, 2012-10=2002!), mi sono nuovamente divertito guardando Men in Black II.
Sarà stato che sono cresciuto a pane e “Willy il principe di Bel Air”, sarà che Tommy Lee Jones era per me un perfetto sconosciuto (ps: pur sapendo - ora - che sono persone differenti tendo a confondere Tommy Lee Jones con Harvey Keitel, non chiedetemi il perché) ma devo ammettere che le due avventure degli uomini in nero sono forse tra i film, nel loro genere, più riusciti.
Sulla base di questi presupposti mi hipsterizzo (o hypsterizzo) mettendo gli occhialini 3D ed entro in sala per vedere il numero III.
Prima cosa che noto: “cazzo quanto è invecchiato Harvey Kei…, ehm Tommy Lee Jones!”.
La storia è interessante e non banale e diciamo pure che “la cagata” poteva tranquillamente essere all’ordine del giorno. In realtà non è propriamente stato così.
Il mix tra surrealismo, schifezza e battute (piuttosto) intelligenti è chiaramente il must della “trilogia” ed anche in questa pellicola viene confermato con successo.
Problemi ne ho invece riscontrati nell’azione. Sarà che Will Smith è ormai over 40, sarà che “Harvey Lee Jones”, come detto, è vecchierello, certo è che l’azione un po’ stenta. Ovvio ce n’è, ma ne ricordavo ed aspettavo, come dovrebbe essere per un film comico d’azione/fantascienza, molta di più.
Sarà per questo, sarà perché di gnagna ce n’è proprio poca e forse perché in settimana NON devo andare al cinema, che ho rischiato l’addormentamento almeno 3 volte.
Nel complesso, quindi, per gli amanti degli uomini in nero è un film certamente consigliato perché chiude un cerchio che difficilmente si riaprirà (vedasi nuovamente i bla bla bla in tema di età); per gli altri è un film evitabile senza rimpianti.

lunedì 21 maggio 2012

Dark Shadows (di Tim Burton).


Doppietta di Tim Burton nella rubrica in-cinema.
Domenica scorsa vi ho parlato di Big Fish, oggi è il turno di Dark Shadows.
Allora, allora, allora. Vado subito dritto al dunque: piaciucchiato, niente più.
Sono da sempre un fan del vecchio (manco tanto) Tim, ma questo film non mi ha convinto del tutto.
Alcune parti sono sottilmente esilaranti al limite del pianto, altre mi han lasciato un enorme punto di domanda manco fossi l'enigmista (e per fortuna che quel Batman non l'ha diretto Burton, l'avrei rinnegato).
Sulla scia pseudo-vampiresca, il regista si lancia a raccontare una strampalata storia d'amore al sapore di mare dove il protagonista è Barnabas Collins (Johnny Depp), erede di una famiglia che ha lasciato Liverpool per il Nuovo Mondo, trovando una considerevole fortuna grazie all'ittica. In concreto, han fatto soldi col pesce (e nessun doppio senso).
Una servetta di nome Angelique (e dalle forme di Eva Green) si innamora di lui - e scusate se è poco, lei è Eva Green, mica Gegia, con tutto il rispetto - ma lui, ammaliato dal suo vero amore, non la ricambia. Lei, risentita, fa suicidare la "rivale" e trasforma lui in un vampiro e lo rinchiude per circa 300 anni in una bara accuratamente sepolta sotto terra (sia mai che arrivasse "la sposa" di Tarantino). Ovviamente Barnabas si risveglia catapultato nei fantastici anni '70. Ah, già, dimenticavo, Angelique è una potentissima strega.
Non ho spoilerato nulla, tranquilli, queste 9 righe sono i primi 6/8 minuti dell'intro del film.
Piacendomi Burton sono abituato ad opere strampalate ma questa, a parer mio, decolla proprio per miracolo. Alcuni passaggi sono gettati lì, arrivano in un secondo e poi se ne vanno. Altri durano forse fin troppo.
Devo dar merito dell'eclettismo e della varietà di generi tutti mescolati a dovere in quasi due ore di film. C'è il petalo con su scritto "gotico", quello "splatter", quello "romantico", basta saper sfogliare al momento giusto la margherita che ti viene offerta.
Sarà che le aspettative che nutro ogni volta che esce un suo film sono altissime, ma anche questa volta (l'altra era su Alice in Wonderland) non sono uscito soddisfatto come mi auguravo.
Amen, avanti il prossimo.

P.S.: una Michelle Pfeiffer dal fascino intramontabile.

domenica 13 maggio 2012

Big Fish (di Tim Burton)


Correva l'anno 2004 e dopo 120 minuti sono rimasto a bocca aperta.
Per questa domenica ho deciso di fondere cinema e my name is nick dicendovi due parole su Big Fish, film che mi ha seriamente stupito e toccato, che mai e poi mai vedrà condiviso il suo posto nel mio scaffale neppure da un granello di polvere.
Una delle poche pellicole nelle quali Tim Burton non ha "usato" la sua musa ispiratrice (mi riferisco a Johnny Depp, Helena Bonham Carter ce la dobbiamo sussare pure qui) si rivela un qualcosa di emozionante e surreale.
Ewan McGregor e Albert Finney interpretano Edward, un uomo che nella sua vita racconta di aver visto giganti e streghe, di aver parlato con circensi gemelle attaccate siamesi (correzione voluta, vedere i commenti in basso), di aver visto posti incredibili. Un uomo che ha reso la sua vita una fiaba, una storia, un racconto.
E forse proprio questo è la sua vita agli occhi del figlio, un qualcosa di non vero, di inesistente, di bugiardo.
Un film che rievoca sentimenti che ognuno ha dentro, sopiti; quell'irrazionalità nel credere a qualcosa di assurdo che forse, sotto sotto, non era poi così una menzogna. Quella capacità di aprire gli occhi per vedere il mondo attorno da un altro punto di vista, e magari riuscire finalmente a catturare quel grande pesce che ti ha rubato la fede.
Bastano solo pochi secondi per capire cosa pensi di Big Fish. Provate a chiedermelo ma non vi risponderò subito. Non avrete una risposta banale; è infatti insensato dire "bello","veramente bello", "capolavoro", sono tutti giudizi superficiali. La risposta che prediligo, dopo il silenzio, è: "guardalo".
Non servono troppi giri di parole, quando si vuole che qualcosa che piace venga condiviso, fatto conoscere, essere diretti credo sia sempre l'atteggiamento giusto. Magari aggiungo un sorrisino, sia mai che sortisca l'effetto di incuriosire ancor di più.
Quindi cari in-coscienti, guardate Big Fish e poi mi direte.

domenica 29 aprile 2012

The Orphanage (di J. A. Bayona)

Una domenica di cinema horror, ma di qualità.
Ormai lo ripeto neppure fossi un disco rotto od il tasto repeat dell'iPod, vedere un film originale, soprattutto del genere di The Orphanage è una cosa rara. Vederlo decente ancora di più.
La pellicola che vi propongo questa sera - correva l'anno 2007 -  non è originale ma è più che decente.
Trama.
Donna torna con marito e risistema una villa antica per creare un luogo di accoglienza per bambini con disturbi. La villa antica, in realtà, in passato è stata l'orfanotrofio dove la donna è cresciuta.
Inciso, la famigliola ha adottato un bambino sieropositivo che vede gente invisibile. Strano ma proprio così.
Mi aspetto un vostro "di nuovo?!" oppure un click sulla "x" in alto a destra dello schermo, in realtà non lasciatevi fuorviare dalla non originalità della trama e proseguite per le prossime 10 righe e quasi 100 minuti di film.
Gli attori e la ricercata psicologia, infatti, meritano una visione; l'ossessione di una madre alla disperata ricerca di quel bambino che non è nemmeno suo vengono descritti e rappresentati con precisione ed intensità, e non lasciati al caso di un film fatto tanto per fare, tanto per spendere un budget [sarà che c'entra anche un pochino Guillermo del Toro? (nessuno mi tocchi "Il labirinto del fauno")].
Impressioni.
Come avrete capito non mi sono annoiato né ho interrotto indispettito la visione.
Ogni tanto devo ammettere che coprivo un occhio, giusto per evitare il sobbalzo in caso di spavento anche se, per la verità, non è successo poi troppe volte (è una tecnica che con me pare funzionare; c'è chi si copre tutti e due gli occhi, sempre, per tutto il film, ma questa è un'altra storia) .

Quindi, luce spenta, volume medio/alto e buna visione.

domenica 22 aprile 2012

To Rome with love (di W. Allen)


Dopo Midnight in Paris, Woody Allen ha finalmente ripreso i panni di sé stesso mettendosi in prima persona a recitare come un consueto e semplicissimo Woody Allen, senza snaturare le doti artistiche di qualche altro attore hollywoodiano e non.
Il quasi ottantenne regista porta la sua ciurma in una Roma fantastica, raccontando in poco più di un'ora e mezza quattro storie che in sé han qualcosa da dire, ma per come sono ingegnate perdono decisamente molto. Punto.
Si passa dal il giovane provinciale che con la neo-sposa arriva a Roma in cerca di quel lavoro che potrebbe consentirgli di cambiare vita, allo studentello di architettura che si invaghisce della miglior amica della fidanzata, attrice, depressa (così si dice), ma con l'allure da femme fatale.
Paura di cambiare per la prima coppia? Meglio un passionale amore superficiale o la certezza di un sentimento ricambiato? Boh, magari è così.
Si arriva poi al Signor Nessuno, uomo medio, sposato e con famiglia altrettanto media, che alle 7.00 di una mattina come tante altre si ritrova invece travolto dalla notorietà. Di punto in bianco tutto è per lui e tutto è lui. Capacità di riconoscere sé stessi, o voglia di essere? Ri-boh, banale.
Infine,  uomo "schiavo"  della pensione (beato lui di questi tempi) rinvede in un titolare di onoranze funebri il nuovo "quarto tenore" in un turbinio di conflitti familiari e docce alla Scala. Meno-boh e più funny.
Le storie passano, per carità, ma Allen ci ficca dentro una serie interminabile di  stereotipi di un tempo che non c'è più, certamente voluti ma che non mi aspettavo e che, soprattutto, non ho compreso.
Son certo che nella mente dell'occhialuto regista ci fosse più di quello che chiaramente esce fuori da ogni sit, ma non ci sono proprio arrivato (o non è stato in grado di farmici arrivare, sia chiaro).
Non capisco il mix tra anni '60 e 2000, il perché degli abiti così scialbi, del vigile che dirige ancora il traffico in una Roma contemporanea. Qualcuno mi aiuti!
"E' rimasto ai tempi di Fellini e della Magnani", mi ha suggerito la vocina di fianco a me. Assolutamente vero, ma perché?! L'italiano è davvero visto così cesso?
Il film nel complesso non prende il volo ma non addormenta, si lascia anche vedere strappando più di un sorriso. Ma per sorridere così basta una commediola qualunque.
Certamente non un film che si ricorda o che si deve per forza far fatica a ricordare.

P.S.: vi consiglio quest'altro point of view che vi linko qui.

domenica 1 aprile 2012

Quasi amici (di O. Nakache ed E. Toledano)


Quando mi è stato proposto di andare a vedere "Quasi amici" la mia risposta è stata: "mmm, ah, vabbé, ok". Insomma, io e l'entusiasmo non eravamo proprio amici, tanto meno quasi.
Mi siedo quindi sulla poltrona con una serie di pregiudizi nemmeno lontanamente paragonabili a quelli che si sentono quotidianamente nei servizi dei tiggì.
Inizia il film ed inizio a sbuffare.
Prosegue il film e smetto di sbuffare.
Già, "Quasi amici" è una storia già sentita, già vista, per nulla originale. Insomma, scontata, la storia; non scontato ed assolutamente divertente come viene raccontata.
E' divertente un film che tocca argomenti quali tetraplegia, storie borderline da banlieu francesi, di morte?!
Beh, sì, decisamente. L'intreccio tra tematiche superficialmente complesse viene tessuto con assoluta naturalezza, mai banale e sempre pronto a strappare un sorriso allo spettatore; non a ricercarlo a tutti i costi, ma proprio a strapparlo, e con successo.
L'ottima riuscita del film è proprio questa, la sua leggerezza (ma occhio a non fraintendermi), il suo non sforzare lo spettatore shakerandolo in quel mix comico/drammatico legato al meglio.
Non giudico le interpretazioni perché non ne sono capace, mi limito a dire che ho trovato entrambi (gli per me sconosciuti Omar Sy e Francois Cluzet, quest'ultimo spaventosamente simile a Dustin Hoffman) azzeccati per il ruolo. Quest'omone nero capace di piangere, ridere e mettersi guanti in lattice per le operazioni di pulizia meno consuete.
La circostanza, poi, che il tutto sia tratto da una storia vera poteva essere una radice nascosta sulla quale inciampare; invece così non è stato ed anzi, l'"omaggio" finale ai reali personaggi non fa altro che rendere il tutto ancor più terra terra, più vicino ed ancor più reale.
Insomma, Quasi amici è un film che si mette a nudo prima di essere visto, lo spettatore sa praticamente tutto, tranne quel piccolo particolare sul come quel che già si sa viene proposto. E non è un dettaglio da poco; non fermatevi alle apparenze, rischiereste di finire come me nel pregiudicarvi la visione di un film davvero bello.

domenica 25 marzo 2012

Melancholia (di L. V. Trier)


Torniamo all'anno 2009 ed a quel famoso Festival di Cannes nel quale il buon Lars stupì (più o meno) tutti con la sua sparata antisemita e Hitler-simpatizzante.
In quell'anno Von Trier presenta Melancholia, film dalle due facce e personalità, dai suoi due lati introspettivi opposti; strettamente e necessariamente vicini ma, a parer mio, mai in contatto.
Il "capitolo 1" ha come protagonista Justine (Kirsten Dunst), neo-sposa-e-non-più-sposa, cresciuta all'interno di una famiglia particolare, la quale convive a stento con una sana instabilità mentale; convinta che l'umanità abbia già preso dal mondo ciò che poteva prendere e convinta che la fine (anche e soprattutto propria) non sia poi un male così grande.
Nel "capitolo 2", invece, la sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) è l'espressione del perfezionismo, della pulizia e tranquillità interiore. Un attaccamento alla materialità ai limiti dell'ossessione; un attaccamento alla vita minato dal quell'enorme sfera che pian piano si avvicina inesorabilmente alla Terra.
Melancholia è un film che mi ha lievemente ansiato. E' un film profondo, interessante, che lascia riflettere.
Sarà che ne venivo dal deludentissimo (ed ancor più ansiante) Antichrist, ma se la volontà di Trier è quella di lasciare lo spettatore con un senso di disagio "ragionato", beh, con me ha fatto centro.
Nelle sue quasi due ore si lascia vedere, un'introduzione eccellente ed interpretazioni convincenti (banale affermazione, la Dunst non per altro, e pur con il film non in concorso per la Palma d'Oro, ha vinto il premio come miglior attrice).
Insomma, dopo due anni mi chiedo ancora se le deprecabili affermazioni del regista siano state tutte una - passatemi il termine - bella mossa pubblicitaria, conscio di avere tra le mani una bella coppia d'assi.
Nota di colore: concedetemi qualche dubbio sullo "smorzacandela" della bella Kiki.

domenica 18 marzo 2012

I Tenenbaum (di Wes Anderson)


Ormai prossima l'uscita del suo nuovo film (Moonrise Kingdom, che verrà presentato come film d'apertura al prossimo Festival di Cannes), ho creduto opportuno prender parola riguardo ad un'altra delle opere dirette da Wes Anderson, e quindi, dopo il film d'animazione Fantastic Mr. Fox, eccomi qui a dirvi due parole su una delle famiglie più sconclusionate che il grande schermo vi ha mai regalato.
Nel 2001 I Tenenbaum irrompono roboanti col loro mix di genialità poliedrica ed avversione/odio/amore nei confronti di quel padre/marito che dona ai suoi tre figli un talento immenso (chi fin da piccolo è re della finanza, chi autrice di talento e chi affermato campione di tennis), per poi portarselo via coi suoi eccentrici comportamenti.
Royal Tenenbaum (unica interpretazione di Gene Hackman che ho apprezzato), ex avvocato di grido ed ormai sul lastrico, venendo a conoscenza che sua moglie Heteline (Angelica Houston) - dalla quale è separato - è in procinto di avere una nuova storia d'amore, decide di tentare di recuperare quei discreti rapporti che un tempo lo avevano reso, appunto, il "royal" Tenenbaum.
In questo ardito percorso, costellato da alti, bassi e medi, dovrà necessariamente "passare" attraverso i suoi figli Chas (Ben Stiller), Richie (Luke Wilson) e Margot (Gwynet Paltrow), in un turbine di avventure, introspezioni, segreti che vengono raccontati in perfetto stile andersoniano.
Riuscirà Royal a ritrovare lo sguardo di quei figli che un tempo lo guardavano come un eroe?
Comicità al limite del surreale, solite interpretazioni maiuscole (sarà pure una piccola parte, ma sapere che vedrò il faccione di Bill Murray è già un bonus notevole) e tante, tante storie una dentro l'altra, questo sono I Tenenbaum.
Premetto che adoro Wes Anderson, che ogni suo film mi è decisamente piaciuto (sì, anche le tanto vituperate Avventure acquatiche di Steve Zissou), capisco chi si schiera nella fazione anti-andersoniana, non apprezzando uno stile che, obiettivamente, è il leit-motif di ogni suo film.
Per questa pellicola, però, più che per la precedente citata, consiglio vivamente ai "non fan" di turarsi il naso e guardare.
Ne vale veramente la pena.
Ad ogni modo eccovi qualche minuto della nuova opera.

domenica 11 marzo 2012

Drive.


Questa domenica si fa un passo indietro di qualche mese, si torna al 2011, al film che ha permesso a Nicolas Winding Refn di vincere la Palma d'oro al Festival di Cannes.
Drive è un film probabilmente già visto, con una storia per nulla originale.
"Bell'inizio", direte voi, e invece no.
No, perché Drive ti obbliga a non spegnere la tv, a non alzarti dalla poltrona del cinema o da dove lo state guardando.
Una prima parte piuttosto tranquilla, con quel personaggio senza nome che calmo, pacato, di un'educazione quasi maniacale, un po' affascina, devo ammetterlo, per come sa porsi.
Poi, il delirio.
Per la prima mezz'ora sembra un quasi un film romantico, sentimentale, una storia d'amore che anche per il più disattento "visore" ha però qualcosa che non va. Poi, come detto, beh il delirio.
Il bollino da verde passa a rosso sangue.
Un susseguirsi di fatti, azione, eventi che - lo si ribadisce - seppur preventivati non sono banali e non fanno sbuffare.
Un Ryan Gosling che indossa un personaggio faccialmente espressivo quanto il miglior Clint Eastwood, ma che ammalia per i suoi così diversi lati, per la stranezza nel passare dall'essere un gentile ed attento compagno di giochi, all'assassino più spietato e cruento. Quel tipo maledetto che, purtroppo per me e la mia "piattezza", conquisterebbe qualsiasi donna.
Pochi cazzi, Drive è un film da vedere, e non ho dubbi sul fatto che, se già non lo fosse ora, tra 10 anni sicuramente sarà uno dei più grandi cult del cinema del XXI secolo.

domenica 4 marzo 2012

Le amiche della sposa


Brutto.
Potrei fermarmi qui, e invece..
Non mi ha fatto ridere, e per una commedia penso sia un problema.
La protagonista é Annie (Kristen Wiig) che deve organizzare l'addio al nubilato della sua migliore amica, ma entra in competizione con un'altra damigella della sposa e da qui nascono vari equivoci, litigi, problemi di organizzazione con annessa fuga della sposa. Poi, il nulla.
Nel senso che non saprei raccontarvi altro del film dato che mi sono addormentata. E anche questo penso sia un problema per una commedia.
La scena in cui la futura sposa e le altre damigelle, per colpa di un'intossicazione alimentare, hanno problemi intestinali proprio mentre provano gli abiti per la cerimonia mi ha ricordato le peggiori gag di De Sica e co.  
Le sfighe della protagonista, un po' alla Bridget Jones, dovrebbero far ridere, ma, invece, suscitano pietà, neanche tenerezza, proprio pietà!
Le altre damigelle sono dei personaggi solo accennati, deboli, quasi inutili. Ci hanno provato a renderle simpatiche con le loro stranezze, ma niente.

Brutto. 
Potevo fermarmi qui.

lunedì 20 febbraio 2012

"Leoni & Palme" ed orsi, d'oro?


La tragicommedia, e non solo, si è perfezionata la domenica, nel momento in cui, a Berlino, Rai-Cinema - piuttosto direttamente -, in qualità di co-produttrice, è stata proclamata vincitrice dell'Orso d'oro a Berlino con il film "Cesare deve morire" dei fratelli Taviani.
Nel mentre, a casa nostra, in una ridente cittadella ligure, sempre in Rai, si discuteva se il molleggiato fosse all'incirca paragonabile al male fatto carne, se la qualità e l'audience potessero andare a braccetto, se la farfallina di Belen fosse stata un vero scandalo ed altri argomenti assolutamente di livello.
E' ovvio come tutto ciò vada tenuto distinto. Bravissimi in un verso, pessimi di converso.
Mi diverte leggere le dichiarazioni dei vari presidenti, direttori generali, "Lei, Lai e gli altri" (solo i genovesi possono capire la citazione), che da un lato si pavoneggiano di un risultato eccellente (non ricordo da quando non si vinceva un Orso d'oro, ma credo tanto), e dall'altro, da puritanology, prendono subito le distanze da personaggi che proprio sul palco dell'Ariston hanno portato loro (chi più direttamente, chi meno).
Se gli ascolti hanno fatto boom, è dimostrazione che il pubblico - generalizzo - sia ormai "attratto" da un certo tipo di televisione (e guardando film, video muiscali, show in prime&second time, credo di non sbagliarmi più di tanto). Non siamo più negli anni '60 quando dire una parolaccia era un abominio. Forse stiamo esagerando, non lo nego, ma se si è venuti a conoscenza solo qualche mese fa della circonferenza esatta dell'orifizio anale di Belen, dove sta problema nell'aver mostrato una farfallina? Il problema non è forse aver invitato un "cattivo esempio", se così può essere definita? 
La Fornero (con quel "la" che tanto le piace), afferma: "qualche volta mi sono sentita offesa per come viene trattata la donna in tv. La cosa migliore è cambiare canale o spegnere del tutto che è più salutare".
Certo Ministra, può anche aver ragione, ma le ricordo - da banalotto - che purtroppo noi non possiamo spegnere il Parlamento. Mi è piaciuta la risposta di Belen che più o meno ha ricordato "sono una showgirl, non faccio le leggi"; forse la showgirl dimentica Carfagna & Minetti & co. Donne, accompagnate da ancor più uomini poltronati, che fanno sentire "offesi" noi cittadini/elettori. 
Chiedo venia per il qualunquismo, ma chi di qualunquismo ferisce, di qualunquismo perisce.
Celentano? Forse in un'altra puntata.
Brava Rai per l'Orso, pessima Rai per il Leone.
W lo share (e soldi) o W la qualità? ("si ma che cos'è la qualità?", penso. Il fatto che nei "salotti" si stia parlando più della "Leonessa" che degli "Orsi" dovrebbe solo che far riflettere).
E ora tutti al cinema, o magari all'Ariston, ma solo se in programma c'è "Cesare deve morire".

domenica 19 febbraio 2012

Millennium - Svezia vs. USA.




Stasera si parla di blockbuster, ma non della ormai decadente catena di noleggio film, quanto più della saga Millennium nelle sue due versioni cinematografiche offerte al pubblico.
Già, perché del successone di Stieg Larsson, letto ormai anche su Giove, non bastava solamente “l’orginale” svedese, no. Gli americani han dovuto riproporre la stessa storia in altra salsa (barbecue?).
Detto questo, ed avendoli visti entrambi, penso che il secondo colpo sia un pelo migliore.
Forse influenzato fin da piccolo da film più “precisi”, la versione made in Europe (seppur più fedele al racconto cartaceo) è di qualità lievemente inferiore.
Anzitutto gli attori. E' chiaro che vedersi Kalle Blomqvist interpretato da Daniel Craig o da uno sconosciuto, rende in maniera differente; ma forse il punto centrale - e mio personale - non è neppure solo questo. L’idea che mi sono fatto del giornalista d’inchiesta leggendo quelle 800 pagine circa, non si riflette né nell’uno, né nell’altro attore; piuttosto una via di mezzo tra i due tendente più a Craig. Non necessariamente bello ma, quanto meno, con un gran fascino. Elemento certamente non ascrivibile (passatemi il termine) a Michael Nyqvist ed alla sua panza flaccida.
Per quanto riguarda Lisbeth Salander, invece, devo ammettere che all’inizio ero per Noomi Rapace tutta la vita. Non capivo, e non capisco, le sopracciglia di Rooney Mara. Perché così bionde, bianche? Non avevo piacere a vederla. Con lo scorrere della pellicola, con le 827 sigarette che si fuma (ma non avevano proibito la “fumata” neifilm?), e con quel sedere ho cambiato idea: Rooney beat Noomi, ma non di tantissimo.
Nel complesso il film, seppur doverosamente lungo, si lascia vedere, in particolare da chi ha letto ed è appassionato del libro.
L’attenzione viene attirata fin da subito, titoli di testa ritmicamente metallari ed a tutto volume, poca lentezza e tanta necessaria azione.
Questa “ristampa” cinematografica è più lineare e, forse, addirittura più comprensibile della prima. Spiega e lega meglio i diversi avvenimenti ed infiniti personaggi. Ecco, esagera un po’ in alcune libere interpretazioni dalla storia originale, lasciando interdetto chi, ovviamente, si aspettava altri sviluppi.
Dopo tutto quello che ha passato in James Bond, c’è da dirsi che per Daniel, questo film, è decisamente all’acqua di rose.
Concludo citando un mio “compagno” di visione “film bello, avrebbero dovuto fondere i due, però: sceneggiatura dell’altro, regista ed attori di questo”.
Buona visione.

domenica 12 febbraio 2012

The Iron Lady


Questa volta non mi sono addormentato, e questo potrebbe già essere considerato un evento.
"The raise and fall of Maggie Tatcher". Questa etichetta rimbombava nella testa, suonandomi così simile ad uno degli album più riusciti di un altro britannico per eccellenza, che ho pensato: "why not?".
Ed infatti, tutto ruota intorno all'ascesa (politica) e caduta (personale) della Lady di ferro.
Già, perché politicamente parlando, credo sia impossibile pensare di essere perfetti, di non sbagliare, di non, eventualmente, cadere. Nella vita privata, invece, l'obiettivo è proprio quello, una caduta si rivelerebbe decisamente più dolorosa, e per sempre.
Le scelte della Tatcher sono note, e l'aver anteposto la sua volontà di cercare di guidare un paese in declino al marito ed ai gemelli è stata una decisione ponderata e presa, le cui conseguenze si sono abbattute (filmativamente parlando, nella vita personale non ho mai avuto il piacere di prendere il thé delle 5 con la baronetta) sulla sua "incolumità" personale.
Essere soli è dura per tutti.
Terminata questa premessa, il film in sé, a parer mio, non decolla.
Si salva esclusivamente per l'interpretazione - in sé e per sé considerata - regalata dalla Streep, e strappa dalle grinfie Morfeo solo per i siparietti comici del marito, reso ironicamente pungente.
Il resto è un docu-film sul governo più lungo della storia, piuttosto piatto.
Agli appassionati di storia, o a chi è incuriosito da chi ha vissuto al n.10 di Downing Street dal 1979 al 1990, consiglio piuttosto un libro, o un dvd @ home, più costosi di un'uscita al cinema ma interrompibili in ogni momento.
Mi scuso con David per l'appropriazione iniziale.

domenica 5 febbraio 2012

Hesher è stato qui!


Questo film ti stordisce.
Ecco, uscito dal cinema pensavo di essermi preso una bella scazzottata. Infatti, il savoir-faire di Hesher è molto simile ad un pugno nello stomaco.
Metallaro, rozzo, sporco, assolutamente irritante, Hesher irrompe nella vita del giovanissimo TJ poco dopo la morte della madre, distruggendo d'un fiato quella patina di tristezza posatasi sulla sua famiglia.
Con i metodi meno ortodossi possibili schiaffeggia per tutta la durata del film lo stesso TJ e suo padre, affezionandosi , invece, quasi compulsivamente alla nonna, unica in grado di metabolizzare il lutto, ma al tempo stesso incapace di far cambiare rotta ad una famiglia in aperto declino.
Nel mezzo, la necessità per un ragazzo di tredici anni di difendersi dalle vessazioni del bullo di turno ed un amore quasi impossibile per una cassiera precaria e decisamente più grande.
Spencer Susser offre un film dai contenuti probabilmente già visti, lo schema è il classico della "bomba atomica" che dal nulla irrompe in un dato luogo e momento, sconvolgendone, una volta esplosa, l'esistenza.
Nel suo iter prevedibile, il film lascia comunque voglia a chi è seduto sulla poltrona di restarci incollato,  per sapere che succederà cosa s'inventerà Hesher al suo prossimo ingresso..
Ma Hesher è davvero li per caso?
Le sue innumerevoli storie senza senso e da bocca aperta, buttate, gettate come i più veri e giusti insegnamenti, sono certamente da cogliere, pulire e contestualizzare. Magari banali e fin troppo chiare una volta recepite, ma forti.
Giocoforza è il modo la chiave di tutto. Il metodo con cui ci si esprime a volte può essere più importante delle parole; la scelta del mezzo è fondamentale per farsi e per far ascoltare. Non doveva forse ricordarcelo Hesher, ma, ad ogni modo, repetita iuvant.
Lo consiglio vivamente a chi non si trova a disagio nel sentire più e più volte le parole cazzo, ditalino, scopata, figa bagnata, ecc. L'"anticonformismo" (passatemi l'espressione) è evidente fin dalla locandina.
Ho letto che il film è del 2010, beh, all'epoca Natalie Portman doveva avere 29 anni. E' incredibile come ne dimostri sempre 6/7 in meno.

domenica 22 gennaio 2012

J. Edgar


Premetto che il film avrebbe meritato forse più attenzioni.
Premetto che mi sono addormentato 4/5 volte, ed in una di queste la mia fase rem era attivissima.
Detto ciò, ritengo che Di Caprio continui a sfornare prestazioni maiuscole.
Il film, che come tutti i fan di mymovies, oppure che come tutti i wikipediani digitatanti J. Edgar sanno (PIPA e SOPA  permettendo), è una biografia della vita di colui che ha reso efficiente il bureau per eccellenza. Quell'ufficio tutto americano dall'acronimo in parte francese, l' FBI, insomma.
J. Edgar, nel suo lavoro, è un patriottico, un uomo che non si discosta dal suo pensiero e dai suoi ideali.  Duro, repressivo e sommamente categorico. Proprio la sua tenacia ed il suo amor per gli Stati Uniti in pieno periodo proibizionista gli permettono in brevissimo tempo di prendere il comando e riorganizzare un'istituzione che, probabilmente, in quel tempo pochi americani conoscevano o, comunque, consideravano utile (prima scena "al cinema" emblematica).
La pellicola, quindi, offre allo spettatore un personaggio che ben può identificare tutti quegli stereotipi dell'americano conservatore. Al tempo stesso, però, regala - grazie ad un Di Caprio superbo, a parer mio - un sentimentalismo che mai ci si sarebbe aspettati dal duro chief dell'FBI.
L'amore sconsiderato nei confronti della madre che sfocia in una vera e propria ossessione, il represso amore nei confronti del compagno di sempre, la profonda stima nei confronti di una segretaria che accompagnerà ogni momento della sua ascesa e della sua caduta.
J. Edgar è un film completo, ed Eastwood non tralascia alcun particolare.
Ecco, la velocità forse non è il suo punto forte. E' un film decisamente lento, costellato da dialoghi che se ascoltati dopo tot ore di lavoro ed in lieve stato di affaticamento creano qualche difficoltà.
Sarà che non sono un fan della lentezza (ribadisco che considero Barry Lindon di Kubrick un film decisamente mediocre), sarà che Hereafter non mi ha convinto, sarà che J. Edgar rimane comunque un film da vedere perchè: a) di Clint Eastwood; b) Di Caprio sfodera un'altra prestazione maiuscola (e tre!).
Consigliato per i motivi di cui sopra.